AUTOCONCLUSIVO:
Sì
GENERE: Romance
DISPONIBILE
SU: Amazon
SINOSSI:
"Hai mai visto
un'equazione così strana e bellissima? Siamo noi, mocciosa. Io e te,
perennemente in guerra, sempre con la risposta pronta, ogni giorno più feroci
di quello precedente."
Jacob O'Brien ha lasciato il
centro sportivo dei fratelli Wilson cinque anni prima e per tutto quel tempo
non ha mai smesso di giocare con il destino.
Kassandra Wilson ha promesso
di lasciarsi il passato alle spalle e non pensarci mai più. Ha chiuso con
l'amore, ma soprattutto ha chiuso con LUI, che non vuole nemmeno nominare e di
cui ormai non sa più nulla.
Ma Jacob sta tornando a
Londra e sarà il numero 10 dei Saracens, la squadra di cui Scott Wilson è
allenatore. Per lui è un sogno che si avvera, ma non solo. Questa è la sua sola
opportunità per rimediare all'errore commesso cinque anni prima. Lasciare Kassy
è da sempre il suo più grande rimpianto e adesso che ne ha la possibilità non
desidera altro che riprendere con lei da dove aveva lasciato.
Peccato che il tempo sia
trascorso e tutto quello che conosceva, cambiato. Kassy non è più una bambina,
ha una vita adesso, degli obiettivi e... un nuovo ragazzo. E se un tempo tra di
loro era un continuo bisticciare, adesso è una vera e propria esplosione di
sentimenti contrastanti. Un'equazione strana e complicata che dà sempre lo
stesso risultato.
COACH WILSON
Se mi sforzo di pensare ad
altro, forse, potrei farli scomparire da questa stanza e, con loro, eliminare
dalla memoria anche l'ultima cosa che mi hanno detto.
Sono trascorsi cinque anni
di pace assoluta. La mia vita è filata liscia come l'olio, senza nessun
intoppo, nessuna preoccupazione allarmante. Il mio unico pensiero è stato
quello di crescere la piccola Susan e venire al lavoro. Nient'altro.
Pace assoluta.
E tutto questo benessere lo
devo a un'unica persona: Kassy. La mia fantastica e responsabile figlia
maggiore. Lei mai, nell'arco di questi cinque anni, mi ha dato modo di stare in
pensiero.
Le sue giornate si dividono
tra la scuola, gli allenamenti e le uscite con quel bamboccio di fidanzato che
si è scelta, un ragazzino belloccio che ho già messo in guardia e al quale ho
tolto dalla mente ogni pensiero strampalato su mia figlia. Lei è una con la
testa sulle spalle, caparbia come un mulo e, per mia fortuna, lontana anni luce
dai problemi amorosi.
Derek, il bamboccio, è il
classico figlio di papà, proviene da una famiglia benestante, guida una
macchina enorme e sicura e riporta la mia bambina a casa in perfetto orario.
Lei esce solo il venerdì e la domenica e, alle undici spaccate, apre la porta
della villetta in cui viviamo, mi deposita un bacio sulla guancia e fila a
letto.
Ma la cosa davvero magica di
tutto questo, è che lei è stramaledettamente felice. Lo so perché, sotto
insistenza di Liz, ho provato a parlarle un miliardo di volte e lei mi ha
risposto sempre nello stesso modo: la mia vita mi piace, papà!
Kassy adora la vita che si è
creata, questo scorrere tranquillo degli eventi che rende tutti, me per primo,
fiero di lei.
Ma ora… è un cazzo di
casino!
Io non ho la palla di
cristallo, di certo non posso prevedere il futuro, ma questo… be', questo potrebbe
indovinarlo anche un bambino.
Jacob O'Brien sta tornando a
Londra e il suo rientro non sarà indolore.
«Coach Wilson, ha capito
quello che stiamo dicendo?».
«No!», ribatto senza neanche
pensarci su. E non perché non abbia ascoltato. Se avessi potuto mi sarei
tappato le orecchie. Io, quello che mi hanno appena comunicato, non lo voglio
capire! Perché quel nome non voglio sentirlo.
«La società ha investito
moltissimo su quel ragazzo. Crediamo che possa fare cose positive all'interno
della squadra. Potrebbe essere un valore aggiunto…» e bla, bla, bla.
«È troppo indisciplinato»,
dichiaro schietto, interrompendo il flusso di tutte le stronzate che vogliono
propinarmi. Mi sistemo meglio sulla sedia alla ricerca di una posizione che mi
faccia apparire meno rigido, ma sembra che sia fatta di spuntoni aguzzi, perché
più mi muovo, più peggioro la situazione.
Sarebbe stato impossibile,
visto il mio ruolo, non aver sentito le voci che circolano su di lui. Come
avrei potuto ignorare "la nuova stella nascente del rugby"?
Jacob è bravo, ha tecnica, è
un gran numero dieci. Ma questo lo sapevo già. Del resto, a formarlo è stato
mio fratello Tom e lui è un mago nel plasmare i suoi ragazzi. Li prende con un
mucchio di problemi e ne fa dei campioni. Ma se Jacob ha ripreso le qualità del
suo maestro, ha ereditato anche i difetti, quelli della sua giovinezza, almeno.
Ecco, Jacob è la versione 2.0 del Tom original edition. Ancora più stronzo,
ancora più idiota, ancora più indisciplinato.
I suoi voti a scuola, da
quando si è trasferito in Scozia, sono precipitati e sono davvero pessimi.
Rumors interni del settore lo descrivono come uno che risponde a tono, alza la
voce e, in un paio di occasioni, anche le mani. I giornali locali mostrano più
foto di lui con una birra in mano che azioni in partita. Poi, però, scende in
campo e fa magie degne di un campione esperto e tutte le sue sparate vengono
condonate.
«Siamo sicuri che saprà
gestirlo».
«Non mi serve un elemento
del genere in squadra», mi impongo deciso e stringo i pugni più che posso. Sarà
una guerra, perché è vero, io posso gestirlo… ma Kassy?
«Non le stiamo chiedendo
un'opinione», replica uno dei due tizi in doppiopetto, quello che dovrebbe
essere il manager di Jacob, se non ho capito male. Proprio lui si alza in piedi
e si abbottona la giacca. «L'accordo è già stato siglato. Inizierà ad allenarsi
tra due settimane. Sono sicuro che troverete un punto d'incontro. Jacob è molto
eccitato per questa nuova sfida».
Vorrei ben vedere. Sono i
Saracens!
«Se dovessero esserci
incomprensioni o "incidenti" con me o con i ragazzi…».
«Non ci saranno», taglia
corto l'altro uomo, uno degli avvocati della società. «Abbiamo stilato una
serie di clausole che Jacob dovrà impegnarsi a rispettare. Il rugby ha un
codice etico-morale molto rigido. Concederemo al ragazzo un anno di prova, se
rispetterà i punti cardine, confermeremo il contratto, altrimenti sarà fuori».
«Posso conoscere questi
"punti"?».
«Ma certo», acconsente il
manager ed estrae dalla ventiquattrore un plico, che sfoglia fino ad arrivare a
una pagina, che dispone davanti ai miei occhi. Sembra molto sicuro di sé. Io,
al suo posto, non lo sarei per niente.
Mi sporgo un po' ed esamino
la lista. Ci sono un mucchio di paroloni e clausole scritte in maniera
minuscola. Mi prendo il mio tempo e le studio con attenzione alla ricerca della
fregatura. Ma, in sostanza, capisco che se Jacob vuole rimanere nei Saracens,
dovrà risollevare la sua media scolastica portandola almeno alla sufficienza;
niente risse; uscite serali limitate; niente alcol.
Mi spunta un naturale e
involontario sorriso sulla faccia. Jacob dovrebbe trasformarsi in un santo. È
impossibile.
Tra un anno, forse anche
prima, me lo sarò tolto dalle palle.
«Va bene», dichiaro una
volta finito di leggere, alzandomi in piedi. Stringo la mano al manager,
soddisfatto. «Posso avere una copia di questo foglio?».
Lui, confuso dal mio cambio
d'umore, ma all'apparenza felice, muove la testa su e giù.
Io passo la mano sulla
lista, faccio scorrere il dito sull'inchiostro nero e dentro di me esulto.
Me lo incornicio questo
cazzo di foglio!
Tornare alla Wilson Sport
Therapy Academy è come rientrare in casa dopo un lungo viaggio. Attraverso i
larghi corridoi del centro sportivo mentre Till I Collapse esplode dagli
auricolari e copre il battito del mio cuore, che rischia di scoppiarmi nel
petto. Proseguo passando per il prato e calpesto quell'erba uguale a tutte le
altre nel mondo, ma che per me è speciale. Profuma di famiglia. Nonostante
siano cambiate tante cose e questo posto ora sia più grande e profondamente
diverso, continua a farmi sentire bene, come se fossi nel luogo giusto, quello
in cui potermi sentire amato.
Sono di nuovo qui, sono
tornato dove la vita ha deciso di darmi una seconda possibilità, dove sono
rinato.
La prima cosa che faccio,
senza nemmeno pensarci troppo, è dirigermi in palestra. Sono sceso dall'aereo
da poche ore e mi sono diretto subito al WSTA. La società mi ha messo a
disposizione un alloggio, ma io ho chiaro in mente quello che devo fare. Non ci
saranno intoppi né distrazioni. Non mi farò portare sulla cattiva strada e c'è
un solo modo per rimanere concentrato: chiedere aiuto a Tom. Spero che abbia
una camera per me nella struttura, perché sento che solo se potrò vivere qui
riuscirò nel mio intento. Ho bisogno che mi aiuti, non posso farcela da solo.
Andrò a scuola, agli
allenamenti e poi nella mia stanza. Tutto questo per un anno, quello
fondamentale, quello in cui dimostrerò di che pasta sono fatto.
«Non ci posso credere!». La
sua esclamazione coincide con la fine della canzone e si confonde con il rumore
del bilanciere che quasi lascia cadere a terra. Io lo fisso e solo ora riesco a
capire le sue parole, quando mi ha scritto in un messaggio: ho una sorpresa per
te!
«Ma che cazzo hai fatto?»,
domando scioccato, mentre dalla sorpresa il borsone mi scivola dalle mani.
«Trentacinque chili, amico
mio», esclama James venendomi incontro. Mi abbraccia e quasi mi stritola con la
sua massa muscolare imponente. «Coach Wilson dice che sono un otto perfetto».
«Be', che sorpresa!».
«Sì, era per questo che non
accettavo mai le tue videochiamate», scoppia a ridere e il suo vocione riempie
tutta la sala deserta.
«Mi hai fatto rimanere di
merda». Mi dà un pugno sulla spalla che mi costringe a fare un passo indietro e
continua a ridere. I suoi occhi chiari sembrano brillare e i capelli castani
contribuiscono a illuminarlo. Ma non è solo il suo aspetto a essere cambiato.
Sul suo viso c'è un sorriso che un tempo non aveva e che invece ora è parte di
lui. Sembra così sereno, in pace, lontano anni luce dal ragazzino che ho
lasciato cinque anni fa: impaurito, triste, ma con la determinazione di
lasciarsi il passato alle spalle.
«Ti trovo proprio bene,
James», ammetto sorpreso e sinceramente orgoglioso di lui.
«Lo credo bene», si
intromette una voce femminile alle mie spalle. «Ci siamo fatti il culo per
trasformarlo in un sex symbol».
Mi volto e la vedo, con la
sua corporatura esile, i capelli legati in minuscole e innumerevoli treccine,
la sua carnagione scurissima e quegli occhi grandi e profondi in cui mi sono
rifugiato non so quante volte.
«Keyah!». Mi tuffo tra le
sue braccia e la sollevo da terra facendole fare una piroetta, mentre la sua
risata mi entra nelle orecchie.
«Ciao, stronzetto», mi
saluta scompigliandomi i capelli, mentre prova a sciogliersi dalle mie braccia.
«I Saracens, eh?!».
«Colpo grosso, bro».
«A quanto pare», concedo
passandomi una mano dietro la testa, imbarazzato. Quando Clint, il mio manager,
è venuto a dirmi che sarei dovuto tornare a Londra, il mio cuore ha fatto un
tuffo per l'emozione. Quando poi ha nominato i Saracens, sono letteralmente
saltato in aria. Era tutto quello che desideravo, giocare con la mia squadra
del cuore e tornare a casa.
Tornare da lei.
Mi guardo intorno e aspetto
che dalla porta compaia l'ultima delle amicizie che ho lasciato. Eravamo un
quartetto perfetto, sempre insieme, ognuno la spalla dell'altro. Con Keyah e
James sono rimasto in contatto, ma con lei le cose erano diverse. Le avrei solo
spezzato il cuore giorno dopo giorno e anche io, a dirla tutta, non sarei stato
tanto bene.
«Si sta allenando», mi
informa Keyah, leggendomi nel pensiero.
«Okay». Mi dispiace. Ho
immaginato questo momento almeno un migliaio di volte mentre ero in aereo e, in
tutte, lei era la prima persona che abbracciavo. Il suo sorriso era il primo
che vedevo. Era lei che stavo cercando.
Ma lei non c'è.
Non è venuta.
Lei e Keyah sono
inseparabili e ho mandato un messaggio a James prima di salire sull'aereo.
Sapevano che sarei arrivato da un momento all'altro.
Lei sapeva che sarei
arrivato al centro e non è voluta venire a salutarmi. La cosa mi spezza il
cuore. Ma non importa. Forse lo merito. Se questa è la sua punizione la
accetterò e, 'fanculo, sarò io a fare il primo passo.
«Vado a salutarla».
Faccio un passo avanti in
direzione della porta che sbuca sul campo da rugby, ma James mi richiama.
«Bro, non da quella parte».
Mi volto per guardarlo negli
occhi e scrollo le spalle senza capire.
«Avete cambiato anche gli
ingressi?», domando confuso.
«Non è al campo», spiega
lui, imbarazzato.
«Devi andare da quella
parte», indica Keyah, poi alza il dito e mostra una scritta all'interno di una
freccia. Resto per un attimo interdetto, con la bocca spalancata e i pensieri
in subbuglio. Quante cose mi sono perso in cinque anni?
Velocità.
Ritmo.
Precisione.
Ascolto Fire More Hours
sparata dalle casse e inizio. Questa è la mia occasione e non intendo
sprecarla. La mia esibizione sarà perfetta.
Eseguo una dietro l'altra le
serie di salti che compongono la coreografia che ho contribuito a creare con
Luke, il mio allenatore. Il ghiaccio schizza sotto le lame dei pattini, io vedo
solo bianco, solo la pista che mi accoglie e mi integra.
Finché non arriva.
Quella maledetta sequenza
che ormai è diventata la mia ossessione: un doppio Axel seguito da un triplo
Toe Loop. Mi do la spinta, salto,
volteggio, ma quando atterro per completare la prima figura, perdo l'equilibrio
e finisco a terra. Intorno a me solo ghiaccio, eppure non sento freddo perché
dentro ho così tanta rabbia che potrei scioglierlo con il solo contatto del mio
corpo.
La voce di Luke quasi
sovrasta la musica.
«No!», grida e alza una mano
per fare segno al tecnico del suono di interrompere. Io mi rialzo senza perdere
tempo, con il fiatone e l'incazzatura di una che, ancora una volta, ha fallito.
So benissimo dov'è il mio errore e non riesco a correggerlo.
«Atterri male», spiega
venendomi incontro.
Lo so da me e sentirmelo
dire non fa altro che farmi innervosire ancora di più.
«Vuoi qualificarti oppure
no?», mi provoca. «Perché se hai intenzione di mollare, dimmelo. Smetto di
venire a perdere tempo con te di domenica e mi concentro su qualcuno di più
motivato. June non vede l'ora di prendere il tuo posto, quindi dimmi tu, Kassy,
vuoi iniziare a impegnarti o lasciamo perdere?».
«Riproviamo», quasi
balbetto. E non perché mi abbia ferito. Ho scelto proprio lui perché è duro,
schietto. Luke se ne frega del mio cognome. A lui non importa se sono la nipote
di Tom Wilson, proprietario, insieme ai suoi fratelli, di questo posto. Ho
guadagnato la sua stima giorno dopo giorno, faticando più degli altri ragazzi.
Questo è il primo anno che il centro si candida per partecipare alle gare di
selezione per la nazionale e sono stata scelta io come bandiera. Non ho
intenzione di deludere mio zio Tom, mio padre, Luke ma, soprattutto, non
deluderò me stessa.
«Non sono stanca», lo
informo decisa a riprovarci ancora, finché non sarò riuscita a fare quel
maledetto salto.
«Non serve a niente,
adesso», si impone voltandomi le spalle. «Vai a farti una doccia. Ci vediamo
domani».
Resto sola sulla pista di
pattinaggio, intorno a me solo il bianco del ghiaccio rigato dal mio passaggio.
Dovrei seguire il suo consiglio e andare via, ma non ce la faccio, perciò
ciondolo piano, e intanto rifletto sui miei errori, cercando disperatamente di
scacciare il pensiero che da una settimana mi ossessiona.
Finché proprio lui prende
forma, si palesa e mi ghiaccia.
«È uno stronzo». La sua
voce, dopo cinque anni, è cambiata. È più roca, imponente, da uomo, eppure,
anche se non lo vedo, lo riconosco all'istante. «Ciao, comunque».
Con immensa fatica mi volto
e mi scontro con i suoi occhi verdi che mi squadrano come se mi vedessero per
la prima volta.
È così, in realtà. L'ultima
notte che abbiamo trascorso insieme ero solo una bambina, adesso sono una
donna.
Resto per un attimo a
osservare il suo viso, il modo in cui si è trasformato. Solo gli occhi sono
rimasti uguali, sereni, ma sempre con quell'alone di malinconia che lo
accompagna da quando lo conosco. La mascella è più squadrata, è più alto, più
muscoloso. Infinitamente più bello dall'ultima volta che l'ho visto.
«Ci conosciamo?», sputo
fuori con tono altezzoso. Irrigidisco la schiena e provo a rimanere
impassibile, anche se vorrei far correre i pattini il più lontano possibile.
«Stai scherzando, vero?».
Scrollo le spalle e fingo di
non capire. Lui sorride voltando la testa di lato. Una piccola fossetta si
forma ai lati della sua bocca. Ho passato una notte intera ad accarezzarla,
prima che lui si eclissasse per cinque lunghissimi anni.
«Piccola, sei ancora qui».
Una voce interrompe questo nostro momento e ci fa sussultare.
Derek, il mio fidanzato,
appare nella palestra e resta fermo sulla porta. Lui si volta e lo squadra e
io, dentro, mi sento impazzire.
«Faccio una doccia e
arrivo», comunico prima di far scorrere i pattini sul ghiaccio.
«Kas…», mi richiama lui e le
mie gambe, come fosse un ordine, si bloccano. Mi giro piano e provo a
trattenere le lacrime. Devo riuscirci piuttosto bene, perché il suo sguardo si
indurisce. Stacca le mani dalla ringhiera e con una scrollata di spalle
conclude: «Niente, lascia stare».
Poi raccoglie il borsone da
terra e se ne va. Io, in quel momento, rivivo nella mente la scena di me
dodicenne che lo cerca disperata, che vorrebbe implorarlo di non lasciarmi.
Rivedo la sua stanza vuota, il letto perfettamente rifatto come se non fossimo
mai esistiti, la sua totale assenza, per cinque fottuti anni.
Jacob è stato il primo e
l'unico a ferirmi. E io non gli permetterò in alcun modo di farlo ancora.